Dario Riccobono racconta Addiopizzo

QUESTA E’ UNA STORIA D’AMORE

«La storia di Addipizzo nasce quasi per caso, come tutte le cose belle. E poi prende piede». Dario Riccobono è energico, spinge le parole con le mani quando parla; lineare nel ragionamento, così come nella sua natura, chiaro e semplice nell’esposizione, ci trascina con sé indietro nel tempo, alla notte tra il 28 e il 29 giugno 2004. La notte in cui un gruppo di amici rompe un tacito equilibrio e indica l’inizio di un percorso inedito.

Siamo a Palermo e qualche mese prima quegli amici si erano riuniti nel tentativo di aprire un pub a base dei prodotti del commercio equo solidale. Maurizio, il ragazzo che li aveva aiutati a delineare il progetto dal punto di vista economico finanziario, li aveva avvisati: tra le voci del conto economico appariva la parola “pizzo”. Dovevano tenerne conto quasi fosse un costo di gestione. Perché ovviamente, a Palermo, qualcuno sarebbe andato a estorcerlo alla nuova attività.

In una città «dove pare di vivere in un mondo al contrario, in cui la normalità, cioè fare bene e in serenità il proprio lavoro, diventa straordinarietà», in cui la libertà è barattata in cambio di vedersi restituire il motorino rubato e il potere mafioso è il maggiore interlocutore del potere politico, in quella che Libero Grassi chiama la “qualità del consenso”, sette cittadini poco meno che trentenni pensano a come creare un’alternativa. Li accomuna l’essere personalità critiche e contrarie all’ingiustizia, incapaci di convivere con quelle normalità; così si tramutano in fermenti che cambiano la sensibilità.

In quella notte di fine giugno tappezzano le strade della città di adesivi con su scritto: “un intero popolo che paga il pizzo, è un popolo senza dignità”. Un messaggio apparentemente banale e semplice ma dirompente in una terra che vive di simboli. Soprattutto per quei due elementi, “dignità” e “intero popolo”: il primo, provocatorio in un luogo di “uomini d’onore”, il secondo, scomodo per il senso di corresponsabilità che manifesta ad ognuno di noi. Quel messaggio ribalta una situazione di prassi tanto che la mattina seguente, giorno dell’anniversario dell’omicidio di Libero Grassi, Rai 3 lo trasmette in prima notizia, assieme alla riunione del comitato dell’ordine della sicurezza di Palermo per discutere la questione.

Ha inizio la rivoluzione culturale di Addiopizzo; i ragazzi si costituiscono in Comitato e costruiscono un progetto in cui resistenza antimafia e consumo critico si uniscono e si potenziano. Capiscono che il primo passo da muovere parte non tanto dai commercianti, quanto dai cittadini consumatori. Lanciano così una raccolta firme: gli aderenti sottoscrivono un manifesto in cui si impegnano a comprare nei negozi che non pagano il pizzo a sostegno di un’economia legale e virtuosa. Una firma che rende il consumatore un consum-attore del mondo economico e sociale attraverso i propri acquisti.

I ragazzi del Comitato si presentano dai commercianti con la lista di firme in mano, a dimostrazione di come la scelta anti racket non comporterà una perdita d’esercizio. I passaggi sono lenti e difficili, ma nel corso degli anni la rete “Pago chi non paga” si intreccia sempre più fittamente.

Ad oggi,  il manifesto di Addiopizzo è stato sottoscritto da oltre  800 negozi e imprese pizzo-free, a fronte dei più di 10.450 consumatori che li sostengono; il progetto si è articolato anche in una proposta di turismo etico di educazione alla bellezza del territorio, Addiopizzo Travel.  Numerose le associazioni che partecipano alla campagna e le scuole coinvolte nella formazione antiracket.

«Sto ancora facendo pace con il mio paese. Essere convinti di poter cambiare le cose ce lo hanno insegnato a scuola i ragazzi» commenta Dario, mentre ci racconta le reazioni degli studenti durante le ore trascorse nelle classi a formare e informare sull’esistenza e sul significato profondo di Addiopizzo, «proprio perché è dalla consapevolezza nasce la capacità di trovare gli strumenti per affrontare le situazioni».

Severino Cesari suggeriva, una volta scoperta una storia, di rivolgersi questa domanda: quanto è importante per te che una storia esista? Dopo aver ascoltato Dario, ho pensato che questa storia è importante per pensare, senza rassegnazione, alla possibilità di un modo, diverso e migliore, di fare le cose. Per trovare la forza delle motivazioni e le motivazioni non si danno scontate una volta per tutte, hanno bisogno di essere rivisitate, riaggiornate, riconfermate; per rivendicare il diritto alla rabbia come segno dell’amore per qualcosa che sta a cuore, direbbe Don Ciotti.

Quella di Addiopizzo è una  storia d’amore per la propria terra. E per questo è una delle Dieci storie proprio così, spettacolo teatrale parte integrante del progetto “Il palcoscenico della legalità”.

E’ una vicenda replicabile, strettamente legata alla conoscenza del territorio, per costruire una teoria dello sviluppo, incorporare elementi che hanno a che fare con le relazioni e la comunità.

In una situazione che sembra senza speranza, l’idea di Addiopizzo, parafrasando Gianrico Carofiglio nel suo ultimo libro Con i piedi nel fango, nasce per scoprire quello che funziona e replicare il modello. Scoprire gli esempi positivi e diffonderli in una sorta di contagio benefico. Concentrarsi su quello che funziona per riprodurlo, piuttosto che su quello che non funziona per ripararlo.

Non c’è un grande lezione di politica in tutto questo?

 

Monica Maurelli

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