Giorgio Scimeca e la pasticceria di Caccamo

PREFERIREI DI NO!

“Immaginate, pertanto, la mia sorpresa e la mia costernazione quando, senza nemmeno uscire dal suo rifugio, Bartleby, con tono stranamente dolce, ma al tempo stesso fermo, mi rispose: Preferirei di no.

Penso a questo passo di “Bartleby, lo scrivano” mentre Giorgio Scimeca mi racconta la sua storia.

Immagino che l’espressione del viso del suo estorsore, a fronte del rifiuto del pagamento del pizzo, non fosse dissimile da quella del narratore del romanzo di Herman Melville.

In contesti radicalmente diversi, quelle parole, preferirei di no, accomunano lo scrivano Bartleby e l’imprenditore Giorgio, rendendoli uomini che, attraverso il rifiuto, agiscono fuori dalle dinamiche indiscutibili in cui si muovono tutti gli altri: espressioni viventi della potenza del dissenso.

«Mi sentivo in colpa, ovunque mi giravo non trovavo persone che mi dicevano: hai fatto bene» continua a raccontare Giorgio. Al tempo la Pasticceria Scimeca non esisteva ancora; Giorgio, conosciuto da tutti come Giorgio Flash, era proprietario di una sala giochi a Caccamo, comune in provincia di Palermo. La Flash Dance Bar era una sala giochi priva di slot machines, pensata come luogo di relazione e aggregazione per gli abitanti della cittadina.

Le richieste di estorsione, dapprima mascherate come “prestiti”, sono arrivate nel 2004. Giorgio ha deciso di rivolgersi allo Stato, denunciando l’evento alle forze dell’ordine e facendo arrestare il suo estorsore in un blitz concordato con i carabinieri di Caccamo.

«Dopo l’inizio del processo ho iniziato a perdere i clienti. Le persone non frequentavano più il locale, anche per il timore di avere problemi». È iniziato così l’isolamento di Giorgio, complicato dalla spaccatura della famiglia Scimeca a seguito delle richieste avanzate dallo zio, affiliato a Cosa Nostra. Il forte supporto a Giorgio veniva dalle donne della famiglia: la sorella e la madre. Quest’ultima, tiene a precisare, lo aveva cresciuto insegnandogli «a distinguere gli uomini di valore»; il tono di voce si incrina mentre, commosso, Giorgio ricorda i funerali di Falcone e Borsellino a cui la madre lo aveva accompagnato nel ’92. Uomini soli, come ci ricorda Attilio Bolzoni, scivolati in un cupo isolamento.

Lo stesso vissuto da Giorgio nella dimensione di Caccamo, fin quando la sorella Nicoletta, notato lo striscione appeso allo stadio di Palermo dai ragazzi del Comitato Addiopizzo, qui raccontato da Dario Riccobono,  con su scritto “Uniti contro il pizzo” (in risposta al “Uniti contro il 41 bis”), ha chiamato aiuto.

“Addiopizzo, per me, è lo Stato”. E ha ragione Giorgio, primo imprenditore di Caccamo a denunciare il pizzo, quando afferma con vigore e commozione queste parole; perché Addiopizzo funziona per lui, e per tanti altri imprenditori che hanno aderito alla rete Pago chi Non Paga, da garanzia costituzionale, da strumento di tutela dei diritti sociali sanciti in Costituzione. In primis, del diritto alla legalità e al libero esercizio dell’attività d’impresa.

La scoperta di Addiopizzo è stata una festa per Giorgio, finalmente circondato e supportato da amici; i ragazzi del comitato hanno iniziato a trascorrere le serate al locale e l’attività ha ripreso a funzionare. La ventata di positività è stata motore di coratur, di coraggio, inteso nel suo senso etimologico cor agere, “agire con il cuore”: avere la forza d’animo, la volontà necessaria e la conseguente capacità di affrontare situazioni pericolose.

 

 

 

 

 

 

 

La famiglia Scimeca ha deciso di aprire parallelamente un’altra attività: nel 2006 è nata la Pasticceria Scimeca, mentre la sala giochi è rimasta in vita come simbolo contro l’onnipresenza mafiosa.

I dolci della tradizione tipica siciliana prodotti dalla pasticceria Scimeca, dalla pasta di mandorle alla crema di pistacchio, dai biscotti al cacao ai buccellati di fichi, sono così buoni che anche Pif non ha potuto resistere, come ci dimostra in una puntata de Il Testimone mangiandosi un tarallo con la ricotta “alla facciazza di chi ci vuole male”. Un tarallo buono “non solo perchè è cucinato bene, ma anche perché è un dolce libero da parassiti che vivono sule spalle degli altri e per questo credono di essere forti, ma così forti, che non hanno il coraggio di vivere solo grazie al proprio lavoro. Perché forse non ne sarebbero capaci”.

Al contrario della vita parassitaria degli estorsori, l’autonomia della Pasticceria Scimeca è garantita dalla capacità di ottenere risultati di alto livello, tanto da essere ospite a fiere di rilevanza nazionale come la Mostra Internazionale dell’Artigianato, iniziata due giorni fa a Firenze alla Fortezza da Basso. Un’ottima occasione per andare a conoscere Giorgio, i suoi prodotti, e la sua storia. Una storia che necessita essere narrata, non solo perché, parafrasando Todorov, ci aiuta a vivere, a orientarci emotivamente, moralmente e concettualmente nella realtà, ma anche perché è una storia a cui mettersi al servizio.

Per non lasciare sola la Pasticceria Scimeca.

 

Monica Maurelli

 

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