R!Estate Liberi! e la pedagogia di Don Giacomo

“TE NE VAI TRISTE COME CHI DEVE”, DIALOGHI DI UN’EDUCAZIONE NON IMPOSTA

“Quasi sempre, quando si fanno le cose, si cerca una ragione. Ci sono volte in cui le ragioni si trovano prima di agire, altre in cui si trovano dopo.

La differenza è tutta qui”.

Con queste parole don Giacomo Panizza, sacerdote bresciano “prestato” a Lamezia  Terme e fondatore del Progetto Sud, ha iniziato la presentazione del suo nuovo libro “Cattivi maestri. La sfida educativa alla pedagogia mafiosa”.

Una cartina di tornasole del territorio calabrese e dell’impegno profuso in risposta ai fenomeni mafiosi; impegno spesso rivolto ad abbattere il consenso che fa forte la ‘ndrangheta in quelle zone, come la mafia in generale.

Divisa in tre sezioni, l’opera di Don Panizza viene sviscerata dai tre relatori della serata.

La prima parte, presentata da Giulio Benigni, Responsabile Campi E!State Liberi! Del Presidio Libera di Pisa, tratta dei Beni Confiscati. Il legame tra il bene e il mafioso non è soltanto correlato ad una matrice economica, ma soprattutto simbolo del suo controllo sul territorio: “se viene sequestrato un appartamento, il boss della zona non vuole che qualcun altro lo occupi. Così vi rimane insediato (lui o chi per lui). Il gesto stesso di lavare i panni e stenderli non nel giardino, ma sulla pubblica via, è un segno forte che il criminale manda al territorio, sottolineando la sua presenza”.

La presenza di un bene confiscato su un territorio, simboleggia il controllo (dunque la scissione) del potere mafioso. L’importanza della recisione del legame sta proprio in questo, anche se, talvolta, le dinamiche e le tempistiche connesse al riutilizzo sociale dei beni confiscati non agevolano la lotta alle mafie.

Condivido l’opinione di chi sostiene che un bene confiscato, ma non riutilizzato socialmente, è peggio di un bene confiscato non riutilizzato.

Da qui l’interessante spunto sulla differenza tra “beni posizionali” e “beni relazionali”: le mafie operano affinché vi siano sul territorio beni posizionali simboleggianti la loro forza; il bene relazionale, invece, reca in sé quell’apparato di valori che fanno migliore la società.

Spesso però, nella ricostruzione di Don Giacomo, è la società stessa a rigettare questo sistema di valori: la mafia si insinua proprio nelle pieghe della preponderanza che diamo all’avere rispetto che all’essere.

Non solo. La mafia è anche la paura che sfocia nel consenso. Il consenso rende schiavo un territorio. Questo si evince soprattutto dai passaggi successivi sul rapporto che le mafie hanno con la pubblica amministrazione e la Chiesa, rispettivamente presentati dalla Vicensindaca di Calci, Valentina Ricotta e Don Antonio Cecconi, Parroco dell’Unità pastorale della Valgraziosa di Calci e promotore della serata.

Dal primo passaggio si evince come quello tra mafia e politica sia un rapporto obbligato: è doveroso lo scontro o l’accordo. Spesso tutto si risolve in una questione di compromesso e più si accetta il compromesso, più si entra nel circolo vizioso delle mafie. Tutto diventa legalismo, ed anche i politici, nel rivestire le proprie cariche, vivono come dei novelli Promessi Sposi che lottano o chinano il capo quando si vedono imposti che questo matrimonio non s’ha da fare.

Allo stesso tempo è complesso il rapporto tra la mafia e la Chiesa, basato su un forte legame dato dal consenso: benché Papa Francesco li abbia scomunicati, molti mafiosi continuano a volersi confessare; continuano gli inchini durante le processioni ed attraverso questo servilismo la gente si assuefa’ al loro potere.

Nel restituire al segreto del confessionale la propria coscienza, il mafioso crea un legame con la società, rafforzando la sua posizione di controllo ed il servilismo di chi lo circonda.

La sfida alla pedagogia mafiosa che si rivolge ad “imporre un’educazione” sta proprio in questo: il servilismo e la paura possono essere imposti, ma non l’educazione. Laddove esiste una educazione imposta, non potrà mai definirsi tale.

Bisogna regalare alla gente l’avere meno paura. E, citando De Andrè, Don Giacomo sottolinea che solo “chi deve è triste”, ma se impariamo a ragionare secondo la nostra testa e la nostra coscienza, tristi non lo saremo mai.

Dare nuova vita ai beni confiscati abitando le case, mettendosi in gioco e donando alla comunità il proprio lavoro ed impegno è ciò che più di ogni altra cosa rappresenta lo spirito di Libera che, ogni anno, sui beni confiscati alle mafie accoglie centinaia di giovani che partono per i Campi di E!State Liberi!

Molti di questi anche dalla Toscana e dalla provincia di Pisa.

Coordinate da Rosaria Anghelone, responsabile del Campo di Condofuri (Calabria), Alice Crivaro e Chiara Del Carlo, nostre giovani volontarie, hanno raccontato le loro esperienze nei campi, rispettivamente proprio di Condofuri e di Favignana (Sicilia).

 

L’esperienza nei campi è forse la migliore per addentrarsi nel mondo di Libera, dice Giulio. Cosa che si evince anche dalle narrazioni di un’estate diversa, fatta di impegno, ma soprattutto di legami.

Legami con territori difficili, che spesso sentiamo lontani perché alcune “brutture” fanno più notizia della loro bellezza; legami con persone che spendono ogni singolo giorno per far sì che non ci si dimentichi che laddove alberga il male, per antonomasia ci sarà sempre (e prima ancora) il bene; legami con persone che condividono gli stessi sogni, le stesse speranze, le stesse paure, lo stesso coraggio.

Il raduno R!Estate Liberi! 2017 della Provincia di Pisa ci lascia questo: un’educazione che nasce dall’intraprendenza del fare ed abbatte la “tristezza” dell’obbedire.

I Campi di Libera l’anno prossimo aspettano anche te!

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