Diario di Viaggio: Nelle Terre di Don Peppe Diana

LA CAMPANIA FELIX  E LA TERRA DEI FUOCHI

C’era una volta una terra così fertile e rigogliosa che Plinio il Vecchio – uno che di terre ne aveva viste e studiate tante – per distinguerla dalle altre, chiamò Campania Felix, poiché felice era quella stessa terra e di conseguenza chi la abitava.

A visitarla si arrivava da ogni dove: molti per poter provare o portare con sé i tanti prodotti che, ai margini del grande fiume Volturno, quella terra sapeva donare. Così buoni, da divenire oggetto di una tradizione secolare e tanto duratura da sembrare quasi leggendaria; molti altri invece si fermavano, perché quella terra sapeva dare, ma soprattutto sapeva accogliere.

Sarà forse per questo che, in epoca medievale, qualcuno pensò bene di rinominarla Terra laboris, perché, prima di tutto, la terra sa ricambiare l’amore che riceve sotto forma di lavoro della gente.

Così fu fino a circa metà dell’’800, quando l’Italia venne unita e quella ricca e ridente terra, come tutto il Meridione, vennero ridotti ad una “Questione”. Una questione – si sa – in quanto tale richiede le dovute risposte.

Quelle genti, già allora, dopo essere state depauperate del loro tesoro naturale, avevano bisogno di non essere lasciate sole, ma così non fu.

Questo silenzio si protrasse per secoli e in molti si dimenticarono di quella terra sulla quale scese l’oscurità. Non perché fosse già arrivata l’ora del tramonto, ma perché qualcuno aveva visto bene di mettere la sua mano davanti al sole, così da poter agire indisturbato e fare di quella terra teatro di crimine e, purtroppo, di dolore.

Per troppo tempo il sole è rimasto oscurato, finché qualcuno non si è stufato di non ricevere risposte e di rimanere solo, dimenticato da tutti, anche dallo Stato. Un prete, un gruppo di ragazzi, una mamma che ha prematuramente perso il figlio, una cooperativa sociale, un imprenditore che decide di denunciare i suoi estorsori: questo qualcuno può essere chiunque, ma purtroppo non tutti hanno la forza, la rabbia, il coraggio e la caparbietà di dire BASTA, ed urlare a chi oscura il sole della loro ridente terra, di farsi definitivamente da parte.

Noi, insieme ai ragazzi delle classi terze delle Scuola Media dell’Istituto Comprensivo Fibonacci, siamo andati a Casal di Principe, per conoscere queste persone e ad ascoltare le loro storie.

 

GIORNO 1: L’arrivo a Casal di Principe.

Che qualcosa sia cambiato lo si capisce già dalla toponomastica. Appena arrivati leggiamo: “Benvenuti a Casal di Principe. Città nativa di Don Peppe Diana”. La storia di Don Peppe è una delle più conosciute della gente di Casal di Principe e raccontarvela sarebbe riduttivo. Noi, appena scesi dal pullman, abbiamo compreso quanto fosse importante viverla in prima persona. Rendervela a parole è poca cosa, la dovete leggere negli occhi delle persone che lottano per il bene, ancora oggi.

Ad accoglierci al Santuario della Madonna di Briano, c’è un ragazzo, nativo di quelle zone e che da quelle zone ha ereditato anche un cognome molto diffuso e del quale, oggi, c’è da essere davvero orgogliosi. Francesco ci insegna a leggere il territorio, ci apre gli occhi sulla realtà che ci circonda. “Se per strada avete visto qualche rifiuto non dovete pensare che a chi vive qui piaccia questa situazione, ma dovete chiedervi se qualcun altro può avere interesse a che sia così”. Questo tipo di interessi, purtroppo, esiste sempre e si nutre delle speculazioni e dell’indifferenza della gente, per questo è importante scegliere gli occhi giusti coi quali guardarsi intorno.

Come un novello Sciascia, Francesco ci parla di quattro categorie di persone: i cittadini parassiti, i cittadini minimi, i cittadini attivi, i cittadini attivi-solidali. Sta a noi scegliere dove collocarci: chi ha interesse che i rifiuti rimangano per strada è il parassita; io, che liquido la situazione fermandomi alla sua apparenza, sono un cittadino minimo, ma quello che oggi mi viene offerto è di recepire le informazioni per decidere se far parte di una delle altre due categorie.

La realtà, spesso, è ben diversa da come appare e solo chi sa monitorarla da cittadino attivo può comprenderlo.

Soggiorneremo al Santuario in questi giorni, ma il nostro giro parte da Casa don Diana (v.foto). Quella che ieri era una proprietà in mano alla Camorra, oggi è un bene confiscato che rappresenta il cuore pulsante del Museo diffuso della resistenza e dell’impegno civile. Lì troviamo Salvatore, che ci invita a riflettere.

I ragazzi scrivono delle parole ispirate dalla visione di un documentario su Don Peppe e su queste si ragiona. ‘Parlare’, scrive Elias. È una parola molto bella”, dice Salvatore, “perché ricorda molto l’insegnamento di Don Peppe. Lui, per amore, sottolineò sempre quanto fosse importante far sentire la propria voce, a prescindere da quelle che sarebbero state le conseguenze di questo agire”. Un’altra parola è ‘Rabbia’: “non pensate che la rabbia sia sempre solo una cosa negativa, perché nasce dalla vostra forza interiore e può trasformarsi; sta a voi decidere se farne un sentimento negativo o positivo e, di conseguenza, decidere di agire. Pensate alla mamma di Don Peppe, quando ad un certo punto si affaccia dal balcone e, rivolgendosi alla folla, dice GRAZIE”.

Lei, ad esempio, è riuscita a trasformare il suo dolore in quel Grazie. Non ci sarebbe riuscita da sola.

La nostra cena è speciale: non soltanto perché assaggiamo l’unica vera Pizza, frutto dell’antica ricetta della scuola napoletana, ma perché il locale è anch’esso un bene confiscato.

NCO, si chiama, ed oggi è acronimo di “Nuova Cooperativa Organizzata” (il locale dove abbiamo cenato, nella sua declinazione è “Nuova Cucina Organizzata”), ieri era l’acronimo di altro. Sempre a proposito di trasformazioni positive.

GIORNO 2: Una nuova consapevolezza.

Di buon mattino, sempre Salvatore ci porta in visita alla tomba di Don Peppe Diana. Non soltanto la sua storia è importante, ma anche la sua morte, che in qualche modo ha svegliato un intero territorio ed ha acceso i riflettori dello Stato, tutto, su un problema incoscientemente ignorato fino a quel momento. “Per amore del mio popolo io non tacerò”, scrisse Don Peppe. Ecco perché, quando qualcuno pensò di metterlo a tacere con la forza, fu il suo stesso popolo a smettere di tacere.

La prossima tappa è il Municipio di Casal di Principe, dove incontriamo il Sindaco, Renato Natale, già primo cittadino ai tempi di Don Peppe Diana. Che sia una forza della natura, lo si capisce fin dal principio e le parole che adopera non lo smentiscono: “La cosa più grave che la Camorra ha fatto è stata privarci della nostra identità di cittadini. Se oggi qualcuno pensa ad un casalese, lo identifica subito come un mafioso, ma non è così. Qui c’è anche e soprattutto gente per bene”.

Non sempre è stato così, prima la gente moriva per strada nel silenzio delle istituzioni e nell’indifferenza del resto del Paese: “Da qui, ve ne andrete arricchiti solo se porterete con voi un complesso di colpa”, dice il Sindaco. Queste parole colpiscono molto i ragazzi, che sgranano gli occhi su una realtà fino a qualche momento prima a loro aliena. Oggi se ne sentono parte integrante e comprendono che per sentirsi meno colpevoli, è necessaria molta sensibilità, quello stesso sentimento che ci porta a considerare come nostro un problema che apparentemente sembra non esserlo. Di lì a poco, il Sindaco dovrà celebrare un matrimonio civile tra due cittadini di origine nigeriana e ci tiene che tutti i presenti assistano. Non può esserci migliore esempio dell’accoglienza e dell’integrazione che oggi si realizza in quelle zone.

Dopo la bellissima funzione, non ci fermiamo. Pranzeremo nella località di Sessa Aurunca, presso il bene confiscato “Alberto Varone” (v.foto), oggi divenuto una fattoria didattica gestita dalla Cooperativa Al di là dei Sogni della quale Simmaco, che ci ospita, è il legale rappresentante. Il percorso fino ad oggi è stato duro ed impervio e le ritorsioni della criminalità organizzata, sia a livello amministrativo che concretamente tangibile, non sono mancate. Questo non ha fermato Simmaco e tutti coloro i quali si impegnano, ogni giorno, per rendere una testimonianza del riscatto sociale di quelle zone.

Non manca la paura, ma non manca nemmeno il coraggio e difronte al coraggio, anche lo Stato non può girare la testa dall’altra parte”, Simmaco lo sa bene, e per questo ci lascia con un interrogativo: “quando fate qualcosa, dovete chiedervi è utile, o è utile per me? Se risponderete nel secondo modo, sappiate che non è il modo giusto. Qualsiasi nostra azione, anche quella che appare la più insignificante, premette una doverosa domanda, “quella scritta selle tessere di Libera”, dice Simmaco, “tu, da che parte stai? Ed io, da che parte voglio stare?”

La lunga ed intensa giornata richiede il dovuto rilassamento. Mentre i ragazzi si divertono sulla bellissima spiaggia di Castel Volturno, Gabriella, ci rende edotti di una realtà parallela, quella di altri ragazzi, autoctoni, coetanei degli spensierati visitatori, che già a quell’età sono costretti a diventare grandi; per i quali, già a quell’età non essere stati in carcere è un’onta, perché avvicinarti fin da piccolo alla criminalità e vederla come soluzione ai tuoi problemi, ti porta a credere questo. Mentre giochiamo, siamo consapevoli che nemmeno quello ci sarebbe dovuto, e che, per questo, dobbiamo goderne come di un privilegio.

L’ultima tappa del giorno è la cena al Pub di Luigi  tra i fondatori della Federazione Antiracket Castelvolturno – Associazione “Domenico Noviello” che, partendo dall’insegnamento mutuato dal coraggio del conterraneo imprenditore assassinato dalla Camorra, ci ribadisce e sottolinea l’importanza di denunciare e dire basta rendendoci edotti di una grande verità, che troppe volte sembra sfuggirci: “se io vado in Tribunale, a puntare il dito contro i miei aguzzini, non come uno, ma come rappresentante delle tante persone che porto insieme a me e che con me, al contempo, puntano il dito, io non avrò mai nulla da temere”.

Insieme siamo più forti, ma per stare insieme ci vuole coraggio e, prima ancora, consapevolezza.

GIORNO 3: Ce ne torniamo più ricchi, o comunque cambiati.

La mattinata alla Reggia di Caserta ci riporta con la mente ai fasti storici del regno dei Borbone e comprendiamo in maniera tangibile che la prosperità del Sud Italia non è stata solo qualcosa di leggendario.

Prima della partenza, pranzeremo al Casale di Teverolaccio a Succivo, gestito dalla Cooperativa Terra Felix e circolo di Legambiente (v.foto).

Lì ascoltiamo la testimonianza di Marzia, una delle tante persone che per via del disastro ecologico — che ha fatto di quella ridente Terra, la “Terra dei Fuochi” — ha ingiustamente e prematuramente perso una persona cara. A lei, questo tetro ed inumano business della criminalità organizzata – e l’indifferenza di gente senza scrupoli che i criminali ha utilizzato come mezzo per i propri fini – ha portato via il figlio di soli otto anni per una rara forma di tumore al cervello.

In questi casi, rimane un’alternativa: arrendersi al dolore o, da quel dolore, ricavare una nuova forza.

Così ha fatto Marzia che oggi, insieme a tanti altri volontari dell’associazione Noi genitori di tutti portano in tutta Italia la loro testimonianza per renderci più consapevoli su quello che realmente accade – purtroppo tutt’ora – in quelle zone, ma al contempo per chiederci di non lasciarli soli. Si riscopre mamma, di tutti i nostri ragazzi che intanto intonano “Per amore del mio popolo”, dedicandogliela.

Aiutare chi oggi vive in quelle zone, è anche essere più responsabili nei confronti dell’ambiente, conclude Marzia: “Ricordatevi che Dio perdona sempre, l’essere umano perdona ogni tanto, ma la terra non perdona mai: tutto quello che le dai, ti rende”.

Cosa ha fatto della Campania Felix la Terra dei Fuochi? L’indifferenza di chi poteva fare del bene e l’interesse di chi ha voluto fare del male. Ciò non significa che non possa compiersi il percorso inverso, perché ciò che la terra dà, è ciò che la terra riceve. Il rispetto che abbiamo, gli uni verso gli altri, è ciò che tributiamo anche a noi stessi ed alla nostra terra. Oggi, almeno oggi, vogliamo essere il fiore che sboccia e rende tutto un intero contesto più bello e colorato, perché per troppo tempo siamo stati, di quello stesso fiore, la spina, per non lasciarci cogliere, attendendo che tutto intorno a noi fosse appassito. (in foto un particolare de “Il cammino dei cento passi”, nella tenuta a Sessa Aurunca).

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