Definire la legalità, esserci il 21 Marzo

 

A definire cosa sia la ‘legalità’ c’hanno provato in tanti ed i loro libri li ho letti quasi tutti.

Se c’è una cosa che non ti dicono, è che noi italiani siamo un gran popolo di teorici. Infatti sono molti di meno quelli che hanno cercato di dare un’accezione pratica di senso compiuto al concetto di legalità, e sarà forse per questo che rimane ancora così sfuggente.

Ad esempio, Iris, una studentessa del  Liceo Classico XXV Aprile di Pontedera, ha definito la legalità come “agire nel rispetto della legge o comunque non infrangerla”. Marta ha però aggiunto che ognuno si approccia alla legge secondo la sua etica e, di conseguenza, lo stesso rispetto della legge non è da considerarsi uguale per tutti.

Il passo dalla teoria alla pratica è tanto breve quanto complesso.

Per questo abbiamo convenuto che per realizzare appieno il concetto di legalità, va estratta dal suo interno l’omertà. Anche il “non fare” potrebbe equivalere al mero rispetto della legge se col mio silenzio non stessi infrangendo alcuna regola scritta, ma potrebbe questa definirsi legalità?

D’altronde, ce lo insegna anche il poeta che dall’immobilità  dei diamanti non può nascere nulla, se non altra immobilità: quella di chi si assopisce compiaciuto della loro vista.

La legalità è un fiore, ma se è un fiore che aspiriamo a veder crescere, allora non possiamo rimanere immobili.

Per ricevere dalla terra bisogna evitare il timore di “sporcarsi le mani” e donarle qualcosa, a nostra volta. Solo che è difficile, perché spesso in quella stessa terra non ci identifichiamo.

Sarà forse per questo che Vittorio mi fa notare che se gli chiedo cosa sia lo Stato, lui distingue tra lo Stato in sé e le Istituzioni, con le quali non si identifica. Al contempo, i ragazzi dell’IPSIA Pacinotti, sempre di Pontedera, mi confessano di sentirsi presi in giro da quella scritta che campeggia nei Tribunali: “La legge è uguale per tutti”.

Perché lo scrivono se poi, nella realtà dei fatti, non è così?

Ecco che lo scollamento tra teoria e pratica torna nuovamente a tormentarmi: mi tormenta nelle persone che equiparano il loro “non fare” al rispetto della legge; mi tormenta quando vedo Istituzioni assenti e poco trasparenti, quasi che prestare loro il mio consenso di rappresentato sia solo una formalità; mi tormenta in una legge che non realizza il suo fine ultimo di applicare la giustizia, anche questa relativa in via teorica, ma universale in senso concreto.

Allora mi chiedo se tutto questo abbia davvero un senso e intanto continuo a riflettere. Rifletto sul 21 Marzo, il primo giorno di Primavera, la giornata nazionale della memoria e dell’impegno civile, una ricorrenza che lega indissolubilmente la sua essenza, quale che sia il significato, ad una immagine: un fiore che sboccia.

Mi tornano in mente quei nomi, tanti, troppe le vittime innocenti delle Mafie.

Nuovamente mi chiedo se tutto ciò abbia davvero un senso. Cammino e mi trovo passando per l’edicola all’inizio di Borgo Stretto, confiscata all’incirca tre anni fa ad un esponente del clan messinese dei ‘tortociani’ ed oggi riutilizzata per fini sociali. Ricordo l’assassinio di Pio Latorre. Lo sguardo mi si posa sul giornale e leggo che un’esponente ‘ndranghetista è stato condannato per associazione mafiosa. Ricordo le stragi di Capaci e di Via d’Amelio.

Mi torna in mente lo sguardo critico di Gaia che poco prima mi dice che la mafia esiste perché troppe persone vengono lasciate da sole; mi torna in mente la sete di conoscenza di Vittorio: ché poi vero che l’Italia “è una Repubblica Democratica fondata sul lavoro”?; mi torna in mente Rebecca, con la quale riflettiamo sull’importanza di saper convivere con la propria paura; mi torna in mente Andrea, del Liceo Montale, che ci dice che “devono essere i giovani a parlare ai giovani”, perché l’esempio parte prima di tutto da noi stessi; mi torna in mente la voglia di riscatto di Michael e dei suoi compagni dell’IPSIA, perché per superare un pregiudizio bisogna essere attivi nel dimostrare quanto diversa sia la realtà. Così, ricordo anche Rocco Chinnici, Boris Giuliano, Pino Puglisi, Peppino Impastato e tutti quei nomi che ascolto leggere il 21 Marzo.

Allora sì, tutto appare avere un senso.

Tutto ha senso perché la morte per mano altrui è ingiustizia per antonomasia, ma non sarà mai morte finché il ricordo avrà vita.

Non mi fermo a pensare, perché la memoria da sola non basta. Occorre l’impegno di quanti ancora oggi lottano perché non si arrendono ad accettare che se le cose stanno così, è così che dev’essere. Non dev’essere per forza così e tale fermezza scaturisce dalla mia speranza nel futuro, ma dirlo non basta.

Lo sa bene Rocco Mangiardi, imprenditore lametino che ci racconta la sua decisione di denunciare i suoi estorsori per potersi riservare il sacrosanto diritto di continuare a guardare negli occhi sua figlia e dirle che sono i giovani come lei che devono cambiare questo mondo.

È da qui che decidiamo di partire: per compiere quel qualcosa che ci faccia sentire in diritto di poter dire che le cose possono cambiare, per guardare negli occhi i più giovani e farli sentire padroni di un futuro che non può viversi di rimando, ma che va accuratamente costruito con l’impegno di oggi.

Per questo, ci sarò il 21 Marzo come provo ad esserci ogni giorno.

 

 

 

 

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